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I NEET, acronimo inglese di “Not in Education, Employment or Training” sono giovani che non studiano, non lavorano e non seguono alcun tipo di formazione professionale. Il fenomeno dei NEET è diventato sempre più rilevante negli ultimi anni e rappresenta una sfida importante per le società di tutto il mondo. In questo articolo, esploreremo le cause, le conseguenze e le possibili soluzioni per il problema dei NEET.

Chi sono i NEET?

I NEET sono giovani adulti tra i 15 e i 34 anni che non hanno nessuna prospettiva per il loro futuro, senza un progetto, senza una strada da seguire, un obiettivo da puntare. I NEET sono caratterizzati da un basso livello di istruzione, una mancanza di esperienza lavorativa e spesso vivono in situazioni precarie.

È una condizione che si verifica nella fase della vita, in cui si passa da giovane ad adulto. La transizione nel modello di società occidentale, infatti, è segnata da cinque tappe: il completamento del percorso educativo, l’ingresso nel mercato del lavoro, l’uscita dalla casa dei genitori, la formazione di una famiglia e l’assunzione di responsabilità verso i figli.

Bisogna ammettere che sicuramente, rispetto al passato, la fase di “giovane adulto” si è estesa: si studia più a lungo, si viaggia di più, ci si diverte di più e si diventa grandi più tardi, ma è anche vero che oggi i giovani sperimentano una estrema difficoltà ad entrare nel mondo del lavoro, rispetto alle generazioni che li hanno preceduti.

Se prima il modello era “scuola-lavoro-famiglia” più o meno alla stessa età per tutti, oggi il percorso è molto più accidentato, personalizzato e imprevedibile.

I NEET sono i figli dei mutamenti sociali, economici e culturali, e le loro situazioni possono essere molto diverse: c’è chi ha abbandonato prematuramente la scuola o ha sbagliato il percorso di studio, chi è disoccupato perché non trova o non cerca lavoro, c’è l’hikikomori che non esce mai di casa, insomma, una categoria eterogenea, un esercito che rischia la marginalizzazione cronica, caratterizzato da deprivazione materiale, carenza di prospettive e molto spesso anche da depressione psicologica e disagio emotivo.

I NEET sono molto più infelici dei loro coetanei, la loro fiducia nelle istituzioni è molto bassa, specialmente in quelle politiche, ma anche verso la scuola e l’università.

La mancanza di orientamento può tradursi in fuga dalla realtà, chiusura in se stessi, ma anche in deviazioni e fragilità.

I NEET in Italia

Secondo gli ultimi dati Istat (2021) attualmente ci sarebbero più di 3 milioni di persone, nel nostro paese, che rientrano in questa categoria. Il fenomeno riguarda il 24% dei giovani (uno su quattro).

Nell’ultimo anno si calcola che 100 mila ragazzi siano usciti da percorsi lavorativi o di studio.

L’Italia è dunque, il paese europeo con la più alta percentuale di NEET, in particolare nel Mezzogiorno.

Nel 2021, ultima in assoluto era la Sicilia con il 30,2%, a seguire la Campania, con il 27,7% e la Calabria con il 27,2%.

Ma se calcoliamo che la media europea è del 10,8% e che la Lombardia supera la media con il 17,3%, possiamo comprendere come il problema concerne tutta la penisola e non solo il Sud.

Inoltre, la distribuzione rispetto al sesso, evidenzia una generale prevalenza femminile: spesso tra i NEET vi è un’alta percentuale di donne che escono dal mondo del lavoro e dallo studio per accudire i propri figli.

I NEET in Italia possono collocarsi in 4 distinte categorie:

  • I giovanissimi, di età tra i 15 e i 18 anni (11,1%), che hanno lasciato la scuola, non hanno alcuna esperienza di lavoro e hanno un’istruzione molto bassa, di solito solo la licenza media.
  • I giovani della fascia 20-24 anni (27,8%), anche loro senza alcuna esperienza lavorativa alle spalle, ma con un’istruzione superiore.
  • Il terzo tipo copre la fascia dei 25-29enni (30,7%) che hanno perso il lavoro e spesso percepiscono un sussidio.
  • Infine, ci sono gli ”scoraggiati”: quelli tra i 30 e i 34 anni (30,4%) che non trovano lavoro e hanno bassi livelli di istruzione; molto spesso sono donne residenti in piccoli centri.

Tutto questo ovviamente ha anche un costo economico per l’amministrazione del nostro paese. L’Italia infatti, spende circa 32 miliardi di euro l’anno per i costi diretti (pagamento di disoccupazione e altri sussidi di welfare) e i costi indiretti (mancanza di reddito generato, tasse pagate ecc)

Il ruolo della Scuola

Nella lotta contro il fenomeno dei NEET sono tre le istituzioni cruciali che dovrebbero entrare in campo: il sistema educativo, il sistema di welfare e il mercato del lavoro.

Secondo le più recenti statistiche è stato evidenziato come un basso livello di istruzione aumenti di 3 volte il rischio di diventare NEET.

Noi di Docet Formazione, come scuola che accompagna i ragazzi nel loro percorso scolastico e universitario, ci siamo dunque chiesti, cosa possiamo fare per aiutare i nostri giovani?

Per prevenire l’ingresso nella condizione di NEET il sistema educativo gioca un ruolo determinante: occorre prevenire e contrastare l’abbandono scolastico e supportare la transizione scuola-lavoro, misure che sono ancora insufficienti in Italia.

Occorre implementare programmi di prevenzione dell’abbandono scolastico, sperimentare metodologie didattiche innovative per rendere l’esperienza scolastica più avvincente e adeguata al mondo contemporaneo e che, allo stesso tempo, diminuiscano lo stress da performance e il senso di immobilità spesso percepito a scuola dai ragazzi.

Infine l’alternanza scuola-lavoro è un momento importante che consente agli studenti di fare esperienza diretta del mondo del lavoro.

La scuola è il punto chiave e quello di partenza, l’istituzione che più di tutte è in grado di imprimere una svolta.

«I giovani che hanno deciso di non studiare né lavorare devono essere in primo luogo ascoltati con attenzione e disponibilità perché si possano proporre iniziative efficaci che partano dalla conoscenza delle motivazioni e del loro stato d’animo», questo il parere di Cristina Messa, ex ministro dell’Università e della Ricerca.

Bisogna orientare gli studenti e questo non significa soltanto elencare le possibilità di studio esistenti o le figure professionali richieste dal mondo del lavoro, ma significa consentire ai ragazzi di conoscere il valore della formazione superiore, di fare esperienza di didattica attiva e partecipativa, significa essere accompagnati nell’autovalutazione delle competenze che si possiedono e aiutarli a capire come queste possano essere sfruttate per il percorso di studio o per il lavoro di interesse.

In sintesi, il fenomeno dei NEET rappresenta un problema sociale e economico importante, che richiede una risposta coerente e sostenibile a livello di politiche pubbliche e di sostegno ai giovani. Promuovere l’istruzione, la formazione e l’occupazione dei giovani, fornendo loro un adeguato supporto psicologico e sociale, può essere una strada percorribile per affrontare questo problema e garantire un futuro migliore per tutti.

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